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martedì 18 ottobre 2011

La crescita frenata da troppi monopoli

Lobby e «concertazione» : non è la mancanza di infrastrutture a impedirci di crescere, ma i mille interessi particolari che impediscono le riforme. Ne parla Francesco Giavazzi su Il Corriere della Sera.


Finora per la crescita ha fatto di più Sergio Marchionne, annunciando l'uscita di Fiat da Confindustria, del governo, che punta su una nuova linea ad alta velocità da Lecce a Trieste. Perché non è la mancanza di infrastrutture a impedirci di crescere - almeno non in primo luogo - ma i mille interessi particolari che da decenni impediscono le riforme. E Confindustria è uno di questi.

Una Confindustria non esiste negli Stati Uniti: la National Association of Manufacturers è solo una delle molte lobby attive a Washington, mentre il Business Roundtable è un luogo prestigioso di analisi e dibattito, non di trattative centralizzate. Una Confindustria non esiste più nemmeno in Gran Bretagna, almeno non nella forma di simili associazioni dell'Europa continentale. Sembra esistere soprattutto in Paesi ad alta disoccupazione.

Un conto è la libertà di associazione, di proposta, di lobby, la promozione trasparente di interessi specifici, un altro è sedersi al tavolo con il governo per «concertare» le leggi, contrattando dei « do ut des » con la pretesa di avere il monopolio degli interessi di tutte le imprese.

Undici anni fa, nel giorno in cui Confindustria elesse suo presidente Antonio D'Amato, scrissi su queste colonne che la cosa migliore che gli industriali potevano fare per dare una scossa all'Italia era riformare la loro associazione in modo radicale. Finché Confindustria parteciperà al tavolo della concertazione, giustamente i sindacati nazionali reclameranno il diritto di sedersi anch'essi a quel tavolo. E le politiche continueranno a essere concertate non per il bene dei cittadini, ma dei gruppi di interesse che Confindustria e sindacati rappresentano. In un decennio Confindustria è cambiata, ma nel senso opposto: le cinque maggiori imprese associate oggi sono monopoli, pubblici o privati: Ferrovie, Poste, Enel, Telecom, Eni. In Confindustria comandano, ma con quale credibilità rappresentano gli interessi delle mille piccole e medie imprese che tengono in piedi questo Paese? Con quale credibilità si può parlare di liberalizzazioni e privatizzazioni, dalla distribuzione di gas ed energia elettrica, alle farmacie, alle professioni?



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venerdì 14 ottobre 2011

L'Italia deve salvarsi da sola

Il governatore presidente in pectore della Bce. «Non aspettare aiuti esterni». La politica rompa circolo vizioso. Da Il Corriere della Sera.



«Abbiamo perso troppo tempo» e bisogna agire «con rapidità» per riportare il Paese al posto che merita in Europa. L'Italia «deve salvarsi da sola», senza aiuti esterni: la salvezza e il rilancio possono venire solo dagli italiani. Ma la politica «ha il compito insostituibile di trovare il modo di rompere il circolo vizioso» di privilegi, coalizioni di interessi «prima che questo renda impossibili, per veti incrociati e cristallizzati, le misure necessarie per la crescita». Così Mario Draghi, presidente in pectore della Bce, incarico che assumerà dal primo novembre, a una delle ultime uscite pubbliche da governatore della Banca d'Italia. Draghi ha aperto a Palazzo Koch un convegno dal titolo «L'Italia e l'economia internazionale » alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

LA SALVEZZA VIENE SOLO DAGLI ITALIANI -«È importante che tutti ci convinciamo che la salvezza e il rilancio dell'economia italiana possono venire solo dagli italiani», ha osservato Draghi. «Una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d' Oltralpe risolva i nostri problemi. Come in altri momenti della nostra storia, oggi non è così. E' importante che tutti i cittadini ne siano consapevoli. Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori. Spettano a noi».

SALVARE L'ITALIA PER SALVARE L'EUROPA - «Salvando noi stessi contribuiremo in modo decisivo alla salvezza dell'Europa» ha poi detto Draghi «Nell'anno in cui celebriamo i 150 anni dell'Italia - ha spiegato Draghi - ricordiamo il Risorgimento dei nostri bisnonni nell'Ottocento e l'unità di intenti che nel dopoguerra ci consentì di assicurare il progresso del paese con la Costituzione repubblicana, con la promulgazione delle leggi volte a garantire i fondamentali diritti sociali e civili dei cittadini, con la sconfitta del terrorismo». «In quei momenti cruciali si manifestò la concordia di fondo del paese, al di là del necessario e duro confronto politico. Abbiamo oggi bisogno della stessa ispirazione, della stessa intelligenza».

martedì 11 ottobre 2011

Attenti all'ISTAT

Il quindicesimo censimento dell'ISTAT assomiglia ad un'edizione de "La settimana enigmistica". Ne traccia un quadro sconfortante Il Fatto Quotidiano.


istatLa Divina Commedia dei nostri giorni va letta con il testo a fronte. Con busta bianca dell'Istituto nazionale di Statistica, a circa 25 milioni di famiglie italiane, il quindicesimo censimento della storia nazionale è stato recapitato con la traduzione. L'aiutino si intitola "Guida alla compilazione dello stato di famiglia" e dovrebbe permettere di orientarsi senza indulgere a crisi isteriche o ausilii psicanalitici, nel labirinto di Cnosso dell'anno di grazia 2011. Simile a un trattato di Diritto Pubblico, in realtà serve a poco.

Più difficile del gratta e vinci, ma comunque meno arduo della Recherce proustiana, il censimento generale della popolazione e delle abitazioni consta di 32 pagine. La prima sembra un quadro dadaista. Disegnini. Stilizzazioni di mano che invitano il compilante a recarsi col malloppo all'ufficio postale. Divaricazioni improvvise, freccette multicolore, perle di puro non-sense che brillano ovunque.

Nel paragrafo "istruzione e formazione" alla domanda sul titolo di studio, se non si sa né leggere né scrivere, si viene indirizzati comunque alla domanda 5.11. È alla pagina dopo. Seguono altri due quesiti misteriosi su aggiornamenti professionali e corsi di studi che rimandano a ulteriori curiosità sull'A.F.A.M e sui suoi corsi. Se il presunto analfabeta ignora sia l'acronimo di alta formazione artistica, musicale e coreutica, è fottuto. A chi ha studiato non va meglio. A pagina sette si incontra la sciarada sull'impianto di climatizzazione. Se non si ha un caldaista a casa, meglio rinunciare.

La battaglia navale del combustibile prevede quattro opzioni orizzontali e sette verticali. Per far conoscere allo Stato impianto e combustibile della propria abitazione, il compilante deve conoscere la differenza tra Metano e Gpl, radiatori e pompe di calore, impianti eolici o fotovoltaici.

venerdì 7 ottobre 2011

Mr Google & dottor Tremonti

Riccardo Luna ricostruisce, su Il Post, i retroscena di quello che doveva essere il progetto di lancio definitivo della banda larga in Italia. Ma è andata come è andata, mi sa non proprio bene!!

Se nel dibattito sulla manovra economica il miraggio evocato da tutti è la crescita, il grande assente è Internet. Se ne è avuta la sensazione palpabile e drammatica qualche settimana fa al workshop Ambrosetti di Cernobbio. Quando il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha preso la parola, ad ascoltarlo fra gli altri c’erano alcuni dei massimi rappresentanti dell’industria che ruota attorno alla rete: Paolo Bertoluzzo, amministratore delegato di Vodafone, David Bevilacqua che guida Cisco, e Pietro Scott Jovane, numero uno di Microsoft. A parte la giovane età, sono tutti under 50, i tre hanno in comune la preoccupazione per un settore che in Italia sembra congelato mentre nel resto del mondo vola.

In quel contesto a un certo punto Tremonti in sostanza ha detto: “Ci manca un driver per lo sviluppo, come lo è stato l’automobile nel dopoguerra. Non vedo in giro modelli che funzionano”. Chi avesse rivolto lo sguardo in sala in quel preciso istante avrebbe visto sul volto di almeno tre persone qualcosa di più della delusione: la sensazione che tutti gli sforzi dei mesi scorsi per far capire al ministro l’importanza di Internet quale impareggiabile “driver per lo sviluppo”, sono stati vani. Inutili le garbate pressioni del presidente dell’American Chamber of Commerce Vittorio Terzi; inutili i messaggi amichevoli del banchiere Ettore Gotti Tedeschi. Ma soprattutto inutile l’incontro a Roma con l’executive chairman di Google, Eric Schmidt, volato qui in gran segreto da Mountain View con la speranza di convertire definitivamente il ministro alla rivoluzione digitale. Era il giugno scorso e quell’incontro secondo molti poteva cambiare tutto: a cominciare dal contenuto della manovra economica varata a fine giugno appunto.

martedì 4 ottobre 2011

Cloud computing, l'Italia è il fanalino di coda

Un rapporto di Symatec disegna lo scenario dei servizi di cloud computing per il mondo delle imprese e dei professionisti. Ne vien fuori un quadro a macchia di leopardo, con diffidenze e attrazioni. In Italia più delle metà delle aziende interpellate si sente impreparata. Da La Repubblica.




Aziende sulla nuvola digitale sì, ma con cautela. E nel Belpaese se ne usa se possibile anche un po' di più, perché la formazione del personale in materia procede a rilento. E' quanto emerge da un’indagine di Symantec relativa all’adozione e alle percezione del "Cloud", le piattaforme di elaborazione e gestione dati online, da parte di 5.300 aziende provenienti da 38 Paesi in tutto il mondo. Le realtà produttive italiane prese in esame sono 200.

La sicurezza. Sul Cloud le aspettative delle aziende sono alte. Secondo il report, l'87% degli intervistati a livello globale (l'83% in Italia) si aspetta che il passaggio alla nuvola di fatto migliori la propria sicurezza. Un tema particolarmente sentito, e il risultato appare importante, quasi un cambio di paradigma: di fatto le aziende sentono i propri dati meno al sicuro in locale piuttosto che sul web.

Personale poco preparato. Ma a tante aspettative positive verso l'innovazione, corrisponde la realtà dei fatti: le aziende ritengono il proprio personale tecnologico poco preparato per il passaggio verso le nuvole. Nello specifico la minoranza degli intervistati a livello globale (tra il 15 e il 18%) ha valutato il proprio personale molto preparato per il passaggio al cloud. Oltre l'80% insomma al momento non saprebbe gestire le nuove tecnologie e i metodi di produzione e gestione del lavoro online. In Italia, più della metà degli intervistati considera che il
proprio personale IT non è pronto per il passaggio al cloud. Un recupero rispetto alla media mondiale, da verificare però nella pratica.