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mercoledì 12 ottobre 2011

Nuove allergie: arriva il mal di wireless

Il 5% della popolazione americana soffre di ipersensiblità elettromagnetica (Ehs), causato dall'esposizione ai campi prodotti dai telefoni cellulari, dai dispositivi wireless e da qualsiasi altro apparecchio elettronico. La malattia, non ancora riconosciuta ufficialmente, provoca emicrania, spasmi muscolari, difficoltà a concentrarsi e forti dolori al petto che possono rendere la vita un vero inferno. Da Lettera43.



INTOSSICATA DAL WI-FI. «La mia faccia diventa rossa, la testa comincia a far male, la vista si modifica», ha spiegato la donna, che si è trovata costretta a lasciare la sua residenza in Iowa per trasferirsi nella minuscola cittadina di Greek Bank, in West Virginia, un'isola felice in cui i segnali wireless sono banditi perché potrebbero interferire con i radiotelescopi piazzati nell'area per catturare i segnali dallo spazio.

Non è riuscita a trattenere le lacrime Diane Schou, raccontando la sua particolare forma di “intolleranza” di fronte alle telecamere della tivù inglese Bbc. «È una cosa orribile dover vivere da prigionieri», ha dichiarato.
Diane appartiene a quel 5% di americani che dichiarano di soffrire di ipersensiblità elettromagnetica (Ehs), un disturbo ancora non riconosciuto dalla medicina ufficiale e causato dall'esposizione ai campi prodotti dai telefoni cellulari, dai dispositivi wireless e da qualsiasi altro apparecchio elettronico. I suoi sintomi includono emicrania, spasmi muscolari, difficoltà a concentrarsi e forti dolori al petto che possono rendere la vita un vero inferno. Adesso Diane può vivere serenamente e sembra non accusare più alcun sintomo, ma il suo caso ha suscitato più di una perplessità nella comunità scientifica internazionale che ancora si interroga sugli effetti biologici delle radiazioni elettromagnetiche.


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martedì 11 ottobre 2011

Rock 'n' Jobs

Steve e quell’ultimo modo scelto dal mago della Apple per dare un brivido sexy alla nostra vita. Da Il Foglio.


La tecnologia è stato l’ultimo rock’ n’ roll.Qualcosa che trasmetteva il brivido e l’eccitazione della gioventù. La morte di Steve Jobs, dopo lunga e invincibile malattia, diventa un passo decisivo nella sbrigativa storicizzazione del fine Novecento, perché il distacco, il divario s’allarga, eppure il nostro stile di vita del presente affonda le radici e le origini principalmente lì, non certo più nelle euforie anni Sessanta. Lì la nostra esistenza e la nostra figura sociale hanno acquisito la nervatura (tecnologica) che oggi ne organizza l’indispensabile connessione sociale. Lì il concetto di rete virtuale permanente ha ridefinito il senso e la geografia della comunità, soppiantando le questioni di censo e rendendo la vita un’esperienza d’infinito contatto.

Steve Jobs risiede al centro di questo disegno civile e per questo va fatto santo subito e del resto il procedimento s’è avviato per proliferazione spontanea, per unanime acclamazione popolare. Però è anche vero che il commiato dal grande fondatore contiene una cifra d’insopprimibile malinconia con la quale tanti faranno i conti, nel retrobottega delle proprie occupazioni abituali. Fa paura il vuoto lasciato dalla convergenza tra l’intelligenza visionaria di Jobs e la sua capacità di concretizzare le intuizioni, trasformandole da aura di mistico progresso in fantastici gadget, dotati di un rigenerativo, misterioso potere spirituale. E viene a mancare il suo modello, quel suo vivere dentro la tecnologia senza la pretesa d’essere il miglior tecnico del mondo (nei giorni eroici era stato un fenomeno anche in quello), immergendosi nella digitalizzazione come in un’esperienza religiosa, dove l’invenzione diventa la miracolosa manifestazione del futuro, il progresso che si fa cosa, al termine di un percorso di volontà ed eccellenza. Jobs ormai si era elevato al di sopra dell’essere il genio della telematica, verso un ruolo profetico, di potere e rilievo superiore a quello dei capi assoluti della politica e delle confessioni del pianeta, confermando il superamento dell’età della politica e della contrapposizione dei pensieri a favore di un’epoca di comunione verso una possibile felicità, il cui combustibile è rappresentato proprio dalla chance tecnologica.


sabato 8 ottobre 2011

Le abitudini degli italiani hi-tech tra tablet e app

Ecco un'indagine sul profilo degli italiani appassionati di tecnologia: lettori forti, under 35 e innamorati  delle «app». Lo racconta il Corriere della Sera.



È un passioncella passeggera, un flirt estivo o l'amore tra gli italiani e il tablet è destinato a essere duraturo, a resistere nella buona e nella cattiva sorte? A quanto pare le «tavolette» sono qui per restare. Almeno a leggere la ricerca Doxa che per la prima volta ha sondato gli umori del nostro Paese in merito all'ultimo fenomeno dei gadget hi-tech e che anticipiamo in esclusiva. La metà del campione statistico (450 intervistati) è convinta che tra breve il tablet avrà la stessa diffusione dei telefonini. Tra chi ancora non lo possiede (un terzo del totale interpellato), ben due italiani su tre hanno preso seriamente in considerazione di acquistarne uno negli ultimi tre/sei mesi; se non l'hanno fatto è soprattutto per motivi legati al prezzo dell'oggetto.

Il profilo
Dalla ricerca (commissionata da Intel e Fujitsu) emerge un ritratto dell'italiano con il tablet sotto braccio: è uomo (57% contro il 43% di donne), sta tra i 20-34 anni (il 42%), vive nel Nordovest (un terzo) e come titolo di studio ha nel cassetto un diploma (il 59%). Quando il gadget entra in casa chi finisce per usarlo? Nel 39% dei casi solo l'acquirente. Ma in più della metà delle coppie (il 56%) il pc-tavoletta viene condiviso con il coniuge. E il 19% se lo vede soffiare di quando in quando anche dai figli. La presenza dei bambini in famiglia sembra per altro rivestire una certa importanza: il 38% ha almeno un minore di 14 anni in casa.

Un gadget, molti gadget
Il tablet è per definizione un secondo, terzo se non addirittura quarto computer. Difficile al momento fare a meno di un «vero» pc in casa, soprattutto se spesso si ha la necessità di produrre contenuti (nella semplice fruizione il tablet invece è quasi imbattibile). La ricerca conferma che gli acquirenti sono spesso dei geek , smanettoni profondamente innamorati dei gadget tecnologici: il 78% di loro ha anche un lettore mp3, il 76% uno smartphone, il 73% un pc. Confermando che ormai molti di noi hanno in tasca o in borsa tanti oggetti diversi, utilizzati a seconda delle necessità e del contesto.

martedì 4 ottobre 2011

Google, la versione di Larry e le nuove strategie

«Che fare di Google ora che Google è più grande della General Electrics?». La frase è di Larry Page, il numero uno di Google, durante uno dei suoi rari interventi pubblici la scorsa settimana durante la ZeitGeist Conference, la mega convention annuale del gigante dei motori di ricerca. Da Affari e Finanza.


«Le tecnologie fanno risparmiare tempo. Gli utenti hanno molto tempo libero in più, che potranno così utilizzare per guardare più pubblicità». No, non è Silvio Berlusconi a parlare. E nemmeno un creativo pubblicitario. Neanche un top manager di qualche grande centro media, quelli che gestiscono portafogli miliardari di investimenti pubblicitari delle grandi multinazionali del consumo. La frase è di Larry Page, il numero uno di Google, durante uno dei suoi rari interventi pubblici la scorsa settimana durante la ZeitGeist Conference, la mega convention annuale del gigante dei motori di ricerca. Certo, l’ha detta come una battuta; l’ha detta davanti al tipico pubblico di partner di Google, ossia sviluppatori e investitori pubblicitari. Ma non l’ha detta solo per compiacere la platea. Molti altri passaggi del discorso e delle risposte alle domande rivelano che questo è proprio uno dei punti chiave delle sue strategie.
Ma cosa vuol fare questo informatico timido, lontanissimo dal carisma di un Jobs (almeno per ora) ma concretissimo nei suoi obiettivi? Il punto di partenza, lo ha detto da subito, è: «Che fare di Google ora che Google è più grande della General Electrics?».
Se Jobs è un visionario sui prodotti, Page sta dimostrando di esserlo quanto agli obiettivi e all’organizzazione della «sua» creatura. Page è subentrato a sorpresa a Eric Schmidt nel ruolo di ceo lo scorso gennaio. Ma la sorpresa è stata solo fuori da Google. La cosa deve aver avuto una gestazione di almeno un anno. Perché è da allora che Google ha iniziato a cambiare strategia. Basta guardare all’andamento delle sue acquisizioni. Nel 2008, prima della crisi dei mercati, erano una quindicina l’anno. Poi si sono fermate per due anni. Nel 2010 sono state 26, quest’anno, ad oggi sono già 21. Cosa vuol dire? Che Google sta cercando fuori soluzioni pronte invece di aspettare gli sviluppi di quello che cuoce nelle pentole dei suoi Labs.

Cloud computing, l'Italia è il fanalino di coda

Un rapporto di Symatec disegna lo scenario dei servizi di cloud computing per il mondo delle imprese e dei professionisti. Ne vien fuori un quadro a macchia di leopardo, con diffidenze e attrazioni. In Italia più delle metà delle aziende interpellate si sente impreparata. Da La Repubblica.




Aziende sulla nuvola digitale sì, ma con cautela. E nel Belpaese se ne usa se possibile anche un po' di più, perché la formazione del personale in materia procede a rilento. E' quanto emerge da un’indagine di Symantec relativa all’adozione e alle percezione del "Cloud", le piattaforme di elaborazione e gestione dati online, da parte di 5.300 aziende provenienti da 38 Paesi in tutto il mondo. Le realtà produttive italiane prese in esame sono 200.

La sicurezza. Sul Cloud le aspettative delle aziende sono alte. Secondo il report, l'87% degli intervistati a livello globale (l'83% in Italia) si aspetta che il passaggio alla nuvola di fatto migliori la propria sicurezza. Un tema particolarmente sentito, e il risultato appare importante, quasi un cambio di paradigma: di fatto le aziende sentono i propri dati meno al sicuro in locale piuttosto che sul web.

Personale poco preparato. Ma a tante aspettative positive verso l'innovazione, corrisponde la realtà dei fatti: le aziende ritengono il proprio personale tecnologico poco preparato per il passaggio verso le nuvole. Nello specifico la minoranza degli intervistati a livello globale (tra il 15 e il 18%) ha valutato il proprio personale molto preparato per il passaggio al cloud. Oltre l'80% insomma al momento non saprebbe gestire le nuove tecnologie e i metodi di produzione e gestione del lavoro online. In Italia, più della metà degli intervistati considera che il
proprio personale IT non è pronto per il passaggio al cloud. Un recupero rispetto alla media mondiale, da verificare però nella pratica.

sabato 1 ottobre 2011

Arriva ifttt, unione tra vita reale e virtuale

Da San Francisco arriva un nuovo servizio, ideato da giovani sviluppatori, che consente di utilizzare in maniera creativa il web secondo la logica “se questo, allora quello”. Un modo per sfruttare al meglio il potenziale degli strumenti digitali al servizio del mondo vero, al di fuori della vita online. Da La Repubblica.


"Se è prevista pioggia, telefonami e ricordami di portare l'ombrello". Oppure: "Se Marta diventa single, ti prego, mandami una email". O ancora: "Se la borsa di Tokio chiude in ribasso, inizia a martellarmi di sms". Potrebbero sembrare conversazioni tra un figlio e una mamma, tra un cuore infranto e un buon confidente, tra un capo e un collaboratore, invece sono tutti dialoghi tra un essere umano e internet. 

A renderli possibili - anche per l'utente comune, e non solo per chi mastica un po' di linguaggio di programmazione - è un nuovo servizio che è stato da poco lanciato al grande pubblico. Si chiama ifttt 1 – abbreviazione di "if this, then that" ("se questo, allora quello") - è nato a San Francisco e ha lo scopo di "far lavorare internet al servizio degli utenti".


La rivoluzione lenta dell'auto elettrica

E' quasi alle porte una rivoluzione epocale, che trasformerà radicalmente l'industria dei motori, avvicinandola a quella strategica della tecnologia e del digitale. Ma non sarà, nonostante i proclami delle case, una rivoluzione semplice e breve. Da Il Sole 24 Ore.


Il futuro dell'automobile, anzi dell'intera mobilità individuale, due ruote comprese, è nel segno dell'elettrificazione. Una rivoluzione epocale, che trasformerà radicalmente l'industria più importante del mondo, quella dei motori, avvicinandola a quella strategica della tecnologia e del digitale. Ma non sarà, nonostante i proclami delle case, la propaganda del marketing, una rivoluzione dietro l'angolo.

L'auto elettrica, infatti, ha di fronte una serie di problemi irrisolti: autonomia scarsa, costi alti, reti e relative infrastrutture di ricarica praticamente inesistenti se non in virtuosi esperimenti cittadini. Insomma siamo all'alba di un nuovo, lungo giorno per l'auto, almeno per quanto riguarda le cosiddette «auto full electric», come per esempio la Nissan Leaf (commercializzata in Europa e premiata come auto dell'anno), le proposte Renault come il veicolo Twizy, e il Kangoo elettrico (mezzo molto importante per i trasporti urbani) o le gemelline (da poco in vendita) Mitsubishi iMiev, Peugeot iOn e Citroën C-Zero.

Si tratta di vetture che sfruttano per lo più batterie a ioni di litio, realizzate cioè con una tecnologia analoga a quella di cellulari e computer portatili e adattata – a fatica – per l'uso come fonte energetica in auto.

Marchi e brevetti: il Multi-touch è di tutti, non solo di Apple

L'ufficio americano dei brevetti (l'USPTO) ha respinto la richiesta della Apple di vedersi riconoscere l'uso esclusivo dei termini usati per descrivere le funzionalità degli schermi touch: "Troppo generici" i termini secondo l'autorità. L'azienda va in appello, mentre si prepara al lancio del nuovo iPhone. Da La Repubblica.



La battaglia dell'hi-tech si combatte con l'evoluzione tecnologica ma, come nell'industria del secolo scorso, anche con la permanenza del marchio. Lo sa bene Facebook, che ha registrato la parola "Face" 1. E lo sa anche Apple, che ha provato a depositare come "trademark" il termine "multitouch", tocco multiplo. Ovvero la tecnologia che per un po' ha reso i dispositivi iOs unici sul mercato, ma che ora è ampiamente diffusa anche nelle offerte della concorrenza.

Tocco magico. Ma a differenza dell'azienda di Mark Zuckerberg, che è riuscita a mettere il cappello su una parola di uso comunissimo, per Apple stavolta le carte hanno detto no. L'ufficio brevetti statunitense ha respinto la richiesta di Cupertino: "multitouch" è una parola di tutti, anche se Apple ne ha tentato la registrazione il 9 gennaio del 2007, il giorno del lancio del primo iPhone. Il tocco magico di Cupertino stavolta non ha funzionato, ma l'azienda ha già fatto appello, subito dopo la decisione del Trademark office. Che ha deciso, molto semplicemente, che il termine "ha un significato generico, e viene usato comunemente per descrivere il funzionamento dei dispositivi con schermo tattile come smartphone, tablet e computer".


venerdì 30 settembre 2011

Google + cresce dopo l'apertura a tutti

I dati di traffico della prima settimana dall'apertura generale a tutti gli utenti del social network di Google mostrano una crescita a tre cifre. Ma Facebook resta il leader dei social network. Un'analisi dal Sole 24 Ore.




Certo, il peso specifico rispetto ai concorrenti del calibre di Facebook o Twitter è ancora particolarmente esiguo. 
Tuttavia, la decisione presa da Google la scorsa settimana di aprire a tutti gli utenti l'accesso a Google+ si sta rivalendo vincente.

Secondo le valutazioni rilasciate dalla società di ricerca statunitense Experian Hitwise la scorsa settimana la quota di mercato del social network di Google è cresciuta del 1.269 per cento.
Nella settimana chiusa il 24 settembre scorso il sito ha totalizzato qualcosa come 15 milioni di visite, posizionandosi dunque nella top ten dei social network più popolari.
Una crescita importante, che se da un lato non mina certo la popolarità di Facebook, attestato a 1,8 miliardi di visite in una sola settimana, di certo mette Google+ in predicato di competere alla pari con altri siti come Linkedin o MySpace.

L'articolo continua qui.

Amazon lancia Fire, tablet da 199 dollari

Amazon lancia Kindle Fire, il suo tablet con cuore Android, perfettamente integrato nel suo ecosistema di contenuti e servizi. Un resoconto della strategia di Amazon in un articolo de Il Sole 24 ore.


Tutte confermate le anticipazioni della vigilia. Amazon va allo scontro frontale con Apple e lancia il suo tablet con cuore Android, Kindle Fire, giocando il doppio atout: l'ecosistema, che rende già disponibili servizi, contenuti e storage, grazie all'accesso ad Amazon Cloud, e il prezzo. 
I 199 dollari del dispositivo e la sua disponibilità per il prossimo 15 novembre sono sicuramente due buone carte per farsi spazio anche in un Natele da tempo di crisi e per creare qualche mal di testa a Cupertino, che forse per la prima volta si trova a fronteggiare un antagonista seriamente intenzionato a portare via una po' di share al suo iPad.


Sicuramente l'annuncio clou è rappresentato dal tablet, delle cui caratteristiche abbiamo avuto già modo di dare qualche anticipazione: processore dual core, display touch a colori, accesso gratuiti ai servizi di Amazon Cloud.
Sorprendente il prezzo, soprattutto per gli analisti maggiormente orientate sulla fascia dei 250 dollari, ma la vera novità è rappresentato dal browser, Amazon Silk, sviluppato ad hoc per il device e poggiato sul motore
computazionale di Amazon Ec2.

mercoledì 28 settembre 2011

IT e competitività: l’Italia migliora ma è lontana dalla vetta.


Da 24esimo a al 23esimo posto nella classifica mondiale della competitività nell’IT stilata da BSA. Ma è urgente programmare investimenti di lungo raggio per porre le basi dell’innovazione tecnologica e restare al passo delle economie emergenti. Articolo tratto da Key4biz del 27 settembre 2011.




L’Italia fa ancora fatica a tenere il passo degli Stati Uniti e dei Paesi del nord Europa in termini di competitività dell’Information Technology, anche se guadagna una posizione rispetto al 2009, passando dal 24esimo al 23esimo posto della classifica stilata da dall’Economist Intelligence Unit (EIU) e diffusa oggi in tutto il mondo daBusiness Software Alliance (BSA).

Due i punticini guadagnati dal nostro paese, che chiude con un punteggio di 50,7 su 100 (rispetto al 48,5 del 2009) lontana da un vertice ancora saldamente dominato da Stati Uniti (80,5 punti), seguiti da Finlandia (72), Singapore (69,8), Svezia (69,4) e Regno Unito (68,1).


Diversi i segmenti in cui bisogna migliorare rispetto agli indicatori delle ‘aree critiche’ inclusi nell’IT Industry Competitiveness Index: la ricerca innanzitutto, ma anche infrastrutture e capitale umano.
Anche se nel segmento della ricerca abbiamo guadagnato 9 punti rispetto al 2009, il punteggio è di appena 25,4 su 100, mentre riceviamo un 50 su 100 sulle infrastrutture IT (-2,5 punti rispetto al 2009), un 47 sul capitale umano (-1,4 punti) e 63,2 (-1 punto) in relazione ai supporti pubblici allo sviluppo industriale. In miglioramento soltanto gli indici relativi all’ambiente economico (con un punteggio di 74,7, +2 rispetto al 2009) e al sistema giudiziario, dove otteniamo un  punteggio pari a 80, in miglioramento di  7 rispetto al 2009.


Un deficit ‘di sistema’, quindi, che ci pone ben distanti dai primi posti in un settore che, invece, può fare molto per la crescita e l’occupazione. E anche un problema che accomuna un po’ tutta l’Europa: il Vecchio Continente, sottolinea il rapporto, “risulta ancora attraente in termini di infrastrutture IT e ambiente legale, ma sta perdendo terreno rispetto ad altre regioni per quanto riguarda il capitale umano. Le rigide regole del mercato del lavoro e un ambiente nel complesso sfavorevole agli investimenti nelle reti di prossima generazione potrebbero ostacolare lo sviluppo del settore in futuro”.


Come conferma anche lo studio, infatti, i paesi che hanno una forte propensione all’utilizzo e alla massimizzazione dei vantaggi dell’Information Technology mantengono la loro posizione in cima alla classifica (Stati Uniti e Svezia in particolare) perché hanno costruito nel corso degli anni “solide basi per l’innovazione tecnologica e ora continuano a raccoglierne i frutti”.


Matteo Mille, Presidente di BSA Italia, ha sottolineato che l’IT Industry Competitiveness Index dimostra “al di là di ogni dubbio che investire sulle fondamenta dell’innovazione tecnologica nel lungo termine paga e molto bene”.
Essenziale, in questo senso, che il settore pubblico sostenga lo sviluppo industriale con una visione a lungo raggio, prendendo in considerazione un arco di sette-nove anni: “I decisori politici ed aziendali– afferma ancora Mille - non possono permettersi di guardare a questo problema su basi annuali, o rischieranno l’arretramento complessivo delle nazioni che rappresentano”.


Le economie in via di sviluppo, del resto, lo stanno già facendo, concentrando i loro sforzi sul raggiungimento degli standard fissati sinora dai leader storici. La Malesia, ad esempio, ha conquistato 11 posizioni proprio grazie a massicci investimenti nelle attività di ricerca e sviluppo, e l’India ha guadagnato 10 posizioni ancora grazie a una robusta R&D e ad un ambiente dinamico per il capitale umano.
Molti altri paesi - e fra questi Singapore (che ha guadagnato 6 posizioni piazzandosi al terzo posto mondiale), Messico (+4 posizioni), Austria (+5), Germania (+5) e Polonia (+5) - hanno registrato significativi miglioramenti in tutte e quattro le aree fondamentali contemporaneamente.


L'evoluzione dei tablet? É appena iniziata, e parla più lingue

Dall'ultimo report predisposto da Gartner emerge come la Apple si prepara a fare il pieno di vendite, anche grazie a una concorrenza che latita. Dal Sole 24 ore del 23 settembre 2011.





Sui pc a tavoletta si è ormai detto di tutto e di più. Leggere però dall'ultimo report stilato da Gartner che Apple avrà strada libera per fare il pieno di vendite nell'ormai non lontana "holiday season" fa comunque effetto. Perché significa due cose: l'iPad probabilmente segnerà un nuovo record di vendita e, soprattutto, la concorrenza latita. Quanti erano infatti convinti che da Research in Motion, Hewlett Packard e naturalmente Google e i produttori a lei fedeli sarebbe arrivata nel corso di quest'anno una vigorosa spallata ad Apple, tale da farla addirittura cadere dal trono di assoluta dominatrice in campo tablet?
La realtà invece è un'altra, complice (ma solo parzialmente) la nota vicenda dei brevetti e gli ostacoli che la società della Mela ha eretto con la compiacenza di alcuni tribunali per stoppare le velleità di vendita dei suoi più pericolosi concorrenti (Samsung). Di un mercato che secondo gli analisti della società americana arriverà a totalizzare nel 2011 vendite per 63,6 milioni di unità (il che rappresenterebbe un incremento del 261% rispetto al consuntivo dell'anno precedente), Apple dovrebbe catturare una fetta superiore al 73%. Certo una quota inferiore a quella del 2010, pari all'83%, ma comunque tale per ritenere l'azienda di Cupertino al momento inavvicinabile dalle sue rivali, visto e considerato che le stime attribuiscono ai tablet Android un venduto di circa 11 milioni di unità, meno di un quarto di quello dell'iPad.
Lo scenario attuale, così come lo ha dipinto Carolina Milanesi, research vice president di Gartner, è così riassumibile: quella di Google è la sola piattaforma che ha trovato riscontri presso operatori e utenti, gli altri sistemi operativi (Windows, BlackBerry Qnx, MeeGo, WebOs) non arrivano a superare l'asticella del 5% di market share e nell'ottica di una domanda che continuerà a salire a ritmi molto elevati fino al 2015 – quando i tablet venduti nel mondo potrebbero essere oltre 326 milioni – Apple continuerà per almeno i prossimi tre anni ad accaparrarsi più della metà di questo mercato.
Perché questo? Perchè, come ha spiegato Milanese, "Apple offre un'esperienza utente unificata e superiore a livello di hardware, software e servizi e finchè la concorrenza non risponderà con un approccio simile la possibilità di sfidare l'iPad sono minime". L'assunto è quanto mai chiaro e può essere letto anche come un'anticipazione di come evolveranno le piattaforme operative più importanti nei prossimi tre/quattro anni. Android, secondo Gartner, ha finora pagato dazio e non è decollato in ambito tablet per questioni legate al prezzo dei dispositivi (troppo alti), un'interfaccia utente non ancora adeguata e il numero di applicazioni dedicate disponibili. Con la nuova versione del software, nome in codice ‘Ice Cream Sandwich" e in arrivo entro fine anno, Google ridurrà il gap azzerando di fatto il problema della frammentazione (la nuova versione girerà indistintamente su smartphone e tablet) e propone dosi con rinnovato appeal alla comunità degli sviluppatori.
Nel prospetto di mercato dei tablet configurato da Gartner per il 2015, un ruolo importante (anche se secondario) lo giocheranno Research In Motion con la piattaforma Qnx e Microsoft con Windows 8. È soprattutto il ritorno ambizioso in campo mobile del colosso di Redmond – e il credito di cui il nuovo sistema operativo gode fra gli addetti ai lavori - a fare notizia: l'utenza aziendale potrebbe trovare nei tablet carrozzati Windows un prodotto congeniale per gestire processi strategici di vendita e di customer management e non a caso (nel 2015) circa il 10% del mercato delle tavolette dovrebbe essere per l'appunto appannaggio dei produttori che punteranno sul software di Microsoft.