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martedì 22 novembre 2011

I tablet cambiano l'esperienza di navigazione

Con i tablet i libri e gli articoli di approfondimento rinascono a nuova vita mentre gli smartphone si dovranno ritagliare un ruolo di puro device applicativo o di servizio in cui il contenuto è minimo. Da La Stampa.



Mentre il Kindle Fire di Amazon fa tanto parlare di sé nei giorni del suo rilascio negli Usa, viene resa nota una ricerca che fa comprendere come i tablet stiano cambiando la fruizione dei contenuti web.

Ooyala, fornitore di servizi video per molti fornitori di contenuti americani, ha realizzato una ricerca incrociando i dati legati alla visualizzazione dei video di una considerevole base di 100 milioni di utenti unici al mese in più di cento paesi.

La sintesi della ricerca sostiene che chi utilizza un tablet vede circa il 30% in più di minuti video rispetto a un utilizzatore di Pc. In particolare, a ogni minuto di filmato visto su Pc corrisponde un minuto e 17 secondi visto su tablet e il totale dei video conclusi su tablet supera del 30% quello dei corrispondenti visualizzati su Pc.

Equivalentemente, i filmati più lunghi si preferisce vederli su tablet, da dispositivi collegati alla Tv o da console di gioco, relegando a Pc, laptop e smartphone la visione di quelli più corti. I video di almeno dieci minuti sono visti dal 30% del campione su smartphone, dal 42% su tablet e dal 75% su dispositivi collegati alla Tv e tramite console di gioco. Il 20% degli utenti “mobili” infine arriva almeno a tre quarti del video mentre il 18% degli utilizzatori di Pc supera questa soglia.

mercoledì 16 novembre 2011

Google e Poste mettono online 27 mila Pmi

Nei suoi primi sei mesi di vita, "La Mia Impresa Online.it" ha raccolto adesioni in tutta Italia, con valori abbastanza uniformi nelle diverse aree geografiche. Da La Repubblica.



La carica delle piccole ricomincia dall’economia digitale. Sono 27 mila le piccole e medie imprese italiane che, a sei mesi dal lancio di "La Mia Impresa Online.it", il progetto congiunto di Google, Seat Pagine Gialle, Register.it e Poste Italiane hanno già registrato il proprio dominio Web e fatto il loro debutto in rete. Il dato non è da poco, se si considera il basso tasso di penetrazione delle Pmi sul Web. Meno del 25% delle piccole imprese italiane ha un sito, percentuale che scende al 20% se prendiamo in considerazione le realtà con meno di dieci dipendenti. Quest’ultime, quelle che per resistenza culturale e uno sviluppo della banda larga ancora in apnea, sono proprio il target de "La Mia Impresa Online". Come è il caso del parrucchiere di Padova, che, sbarcando sulla rete, ha messo a punto un sistema efficiente di prenotazioni; dell’idraulico torinese che in rete riceve richieste di preventivi o l’azienda di riparazione di Modena che ha aumentato del 10% il proprio fatturato grazie alle le campagne di Google AdWords, che gli hanno permesso di accrescere numero di clienti e quindi il giro d’affari. 

Rapido, efficace, creativo. Il salto nella rete è una opportunità per le microimprese. E soprattutto una piattaforma flessibile per vendere prodotti e servizi. L’11% delle Pmi che ha aderito al progetto ha attivato una piattaforma di eCommerce; non moltissime, quindi, ma si tratta più del doppio della media nazionale, secondo i dati forniti da Eurisko. E il 25% delle 27 mila online ha avviato una campagna di comunicazione con Google AdWords, il sistema a pagamento che accresce la visibilità sul Web migliorando il posizionamento del proprio dominio sul motore di ricerca. Spiega Alessandro Antiga, direttore Marketing di Google per l’Italia: «Sono tre gli indicatori che ci raccontano lo sbarco sulla rete delle Pmi. Chi l’ha fatto cresce di più, aumenta l’export e assume di più. Questa è la stima di tutti gli studi. In media le Pmi attive in rete hanno infatti registrato una crescita media dell’1,2% dei ricavi negli ultimi tre anni, rispetto a un calo del 4,5% di quelle offline e un’incidenza di vendite all’estero del 15% rispetto al 4% delle offline». Anche perché lo scenario economico di riferimento è sempre più Internetdipendente: il 73% della popolazione italiana tra gli 11 e i 74 anni, stando a dati Audiweb ha ormai un collegamento ad Internet e ogni mese (fonte Netcomm School of Management Politecnico di Milano) oltre 26,2 milioni di persone navigano sul Web, una crescita del 10% rispetto allo scorso anno.

venerdì 28 ottobre 2011

Economia digitale, 320 mila posti di lavoro in 15 anni

Secondo uno studio DAG-MC KINSEY: le aziende che hanno maggiormente scommesso sulla leva IT viaggiano a una crescita media annua del 10%. Da Il Corriere della Sera.



Nella lettera di intenti del governo all'Unione Europea per rispettare le direttive comunitarie in termini di stabilizzazione economico-finanziaria non c'è neanche un accenno. E i propositi fissati dall'Agenda Digitale – una road map di interventi fissata da Bruxelles in ottica di una completa informatizzazione dei processi produttivi e amministrativi degli stati membri – sembrano non essere stati presi in considerazione. Certo, le urgenze sono altre. Eppure nell'Italia fanalino di coda europeo per la sua bassa crescita sviluppare al meglio l'economia digitale dovrebbe essere tra le priorità per innescare quel ciclo virtuoso tra investimenti in infrastrutture di rete e ritorno in termini di produttività complessiva alla base delle economie avanzate.

IL RAPPORTO – Ecco perché lo studio redatto da Dag (Digital Advisory Group) – un'associazione composta da 30 grandi aziende tra cui Telecom, Mc Kinsey, Google Italia, Microsoft, Cisco Systems e con la collaborazione del Politecnico di Torino e la Bocconi di Milano – rischia di tradursi in un campionario di cifre e di occasioni mancate per il Belpaese. Subito due dati: l'avvento di Internet in Italia ha creato circa 320mila posti di lavoro in poco più di 15 anni (con un tasso di sostituzione di 1,8 a 1, inteso per uno il posto di lavoro perso a causa del progressivo passaggio alla società dei servizi). E l'economia digitale incide per il 2% sul prodotto interno lordo (con un aumento del 14% in rapporto al Pil negli ultimi quattro anni, quando invece la crescita del paese è stata sostanzialmente ferma). In soldoni solo nel 2010 il contributo diretto di Internet al pil italiano ammonta alla cifra monstre di 30 miliardi di euro, più ulteriori 20 miliardi legati all'indotto. Come dire: quasi il montante complessivo delle due manovre correttive dei conti pubblici varate tra luglio e agosto per rispondere alle tensioni sul debito.

I CONSUMI – Senza considerare l'effetto leva sui consumi che gli esperti traducono nell'acronimo Ropo (“Research Online, Purchase Offline”: cerca online, acquista offline). Due esempi: scrive la ricerca Dag che il 46% dei contratti conclusi dalle agenzie immobiliari nel 2010 è stato supportato dal canale web per un controvalore di 26 miliardi di euro. E circa il 10% dei mutui erogati dalla banche ha avuto la compartecipazione del web, perché molti si sono orientati così nella scelta dell'istituto di credito più vantaggioso in rapporto ai tassi d'interesse richiesti.

martedì 25 ottobre 2011

Il confronto passa sul web


Negli Stati Uniti i blog di singoli economisti, molto spesso accademici, incidono sulla visibilità dei risultati scientifici, sulla reputazione degli autori e della loro università e sulle opinioni dei lettori. In Italia, invece, per l'informazione economica abbiamo quasi esclusivamente blog collettivi. Perché? Tre le ipotesi: una minor cultura economica del paese; un maggior grado di concentrazione proprietaria dei media, che lascia meno spazio alle iniziative individuali; una minor propensione al rischio dei nostri intellettuali. Da La Voce.info



Perché molti economisti accademici, soprattutto negli Stati Uniti, dedicano tempo e fatica a gestire un blog? Si pensi ad esempio, a Steve Levitt di Freakonomics, Paul Krugman, Brad De Long, Greg Mankiw, Dani Rodrik, Becker e Posner, Mark Thoma, John Taylor. Forse i professori, a una certa età, sono stufi dei lunghissimi tempi necessari a pubblicare sulle riviste scientifiche? O ambiscono semplicemente a ottenere maggior visibilità, per sé e per i propri lavori scientifici? Lo fanno per spirito civico, per sostenere le proprie idee, per generare un dibattito e avere i feedback dei lettori? E perché da noi questo, con rare eccezioni, non accade?


Un recente lavoro della Banca Mondiale risponde ad alcuni dei precedenti interrogativi. Gli autori, David McKenzie e Berk Ozler, sottopongono a verifica empiricaalcune interessanti ipotesi: ad esempio che a) i link di otto tra i più importanti blog americani alle pubblicazioni scientifiche/working papers citati ne accrescano in modo significativo la diffusione (la frequenza di download e visione di abstract); b) che i blog di economia accrescano la visibilità/reputazione degli autori rispetto a colleghi di pari livello scientifico; c) che i blog influenzino l'interesse e le opinioni dei lettori riguardo ai temi trattati.

venerdì 21 ottobre 2011

Rewind. E il professore rispiega!

Lanciato in rete il primo videocorso gratuito di letteratura italiana, aperto a tutti. Da Il Corriere della Sera.
Il sito di Oilproject
Il sito di Oilproject
Premere «stop» durante una lezione su Dante. Ascoltare e riascoltare i versi che Eugenio Montale dedicò a Clizia. Farsi spiegare da un altro scrittore un autore «scomodo» come Pasolini, spesso tagliato fuori dai programmi scolastici. Il sogno di tanti - studenti e non - diventa realtà grazie al primo videocorso gratuito di Letteratura italiana, lanciato in Rete da Oilproject in collaborazione con Studenti.it e Working Capital di Telecom Italia. Oilproject, la più grande «scuola virtuale» d’Italia, creata nel 2004 da un gruppo di adolescenti, apre al pubblico un nuovo archivio di seicento lezioni multimediali. Ci sono video di critici letterari, docenti universitari e scrittori, ma anche file audio inviati spontaneamente dai membri della community. Il principio di base è che sia l’apprendimento che l’insegnamento debbano essere aperti a tutti. Per questo i «prof» hanno tra i 14 e i 75 anni e chiunque, da Alghero ad Aosta, può guardare i loro interventi. «Nella scuola che abbiamo in mente noi – si legge sul sito di Oilproject - potrebbe capitarti un professore non laureato: l'importante è che tu stia a bocca aperta ad ascoltarlo».

A differenza di ciò che avviene normalmente in aula, i contenuti sono valutati dagli studenti, che possono esprimere le loro preferenze. Il rapporto con la scuola reale rimane però al centro del progetto. «Ci siamo resi conto che, eccetto per qualche video su YouTube, nell'intero web italiano non ci sono delle video lezioni di Letteratura - ha spiegato Marco De Rossi, fondatore della piattaforma -, e allora abbiamo voluto fornire agli studenti di tutte le scuole superiori 
italiane uno strumento gratuito per integrare, con l'aiuto dei docenti, il lavoro svolto in classe». 


L'articolo continua qui.

domenica 16 ottobre 2011

Pc al mattino, tablet la sera e smartphone di giorno

Una indagine di ComScore sulla frequenza e la modalità con cui si utilizzano i dispositivi di accesso alla Rete – Un quadro articolato che, secondo l’ Ejo dovrebbe convincere le aziende editoriali a diversificare i modelli di offerta dei contenuti sui tre canali. Da lsdi.


Una ricerca effettuata recentemente da ComScore ha delineato la frequenza e la modalità con cui si utilizzano negli Stati Uniti i dispositivi di accesso alla Rete, computer, tablet e smartphone. Si tratta di dati essenziali per l’ elaborazione delle strategie delle aziende editoriali, obbligate a diversificare i modelli di offerta dei contenuti sui diversi canali.

Come racconta Piero Macrì sull’ Osservatorio europeo di giornalismo, la ricerca ha rilevato sostanzialmente queste modalità:
Computer – Il traffico è costante durante le ore del mattino. I picchi si registrano all’ora di pranzo per diminuire rapidamente nelle ore serali
Tablet – Traffico modesto durante le ore lavorative con picchi nelle prime ore della giornata e in aumento in serata tra le otto e mezzanotte.
Smartphone – Traffico costante nelle ore centrali della giornata.

In sintesi – osserva Macrì -, ‘’l’ accesso via Internet alle notizie avviene attraverso il computer durante le ore lavorative, mentre operazioni di browsing via tablet sono concentrate nelle ore pre o post lavorative. Lo smartphone, invece, viene utilizzato, in virtù del fatto che è il dispositivo più personale, in modo costante nell’ arco della giornata’’.

giovedì 13 ottobre 2011

Raddoppiate le imprese che investono in rete

Negli ultimi cinque anni l'investimento delle aziende in pubblicità sui media cartacei è diminuito del 27,7% e persino l'investimento sulla televisione ha registrato un pericoloso -11,7%. Al contrario, il web è salito del 46,1% ed è aumentato del 107% il numero di aziende che hanno investito in rete. Da La Repubblica.



Nel 2011 l'intero settore della pubblicità chiuderà con una flessione del 3% a 8,7 miliardi di euro, mentre l'advertising online sfiorerà quota 1,2 miliardi 1, in crescita del 15% sul 2010 (1,188 miliardi, per una quota del 14% sul totale, era al 4% nel 2006). L'anno prossimo, ipotizzando una crescita tra il 10 e il 15%, con il suo miliardo e mezzo circa la pubblicità online sarà quindi seconda solo alla vecchia televisione che però continua a raccogliere poco meno della metà delle risorse.

La vittoria del web arriva nei confronti della carta stampata. Negli ultimi cinque anni l'investimento delle aziende in pubblicità sui media cartacei è diminuito del 27,7% e persino l'investimento sulla televisione ha registrato un pericoloso -11,7%. Al contrario, il web è salito del 46,1% ed è aumentato del 107% il numero di aziende che hanno investito in rete.

L'obiettivo dichiarato da Salvatore Ippolito, presidente vicario di Iab, è portare l'online al 20% dellaraccolta pubblicitaria totale a 2 miliardi di euro. E i dati di Iab aggiornati a giugno danno credito alla previsione: il 72,8% degli italiani accede a internet a casa, in ufficio e in mobilità (+7,5% rispetto a giugno 2010). Il 68,2% degli utenti accede a internet da casa con il proprio Pc (+10,5%), il 40,5% accede al web dal luogo di lavoro (+4,9%), mentre il 17,2% utilizza il web in mobilità (+73,7%). E a proposito di audience tv, 23 milioni di utenti al mese entrano in un social network (86% della popolazione), con una crescita del 14% rispetto a giugno 2010.

lunedì 10 ottobre 2011

Storie di innovazione: come Fabian Thylmann è diventato il re mondiale del porno

Fabian Thylmann ha in mano i sette siti porno più visitati, fa milioni di dollari e appoggia la diffusione di contenuti a luci rosse gratuiti. Com’è possibile? Semplice, è un altro geek col fiuto per gli affari. Da Daily wired.


Chi ha avuto 15 anni negli anni novanta se lo ricorda bene, lo stramaledetto modem 28k. Le ricerche su Altavista, la linea che sputacchiava un Mbyte all’ora, le immagini che ci mettevano una vita a caricare, a partire dall'alto, una snervante striscia di pixel alla volta. Chi ha 15 anni oggi, nemmeno se lo può immaginare, quando vuole un po’ di relax gli bastano un paio di click e riceve sullo schermo tonnellate di video gratuiti. 

Merito dell’Adsl e della fibra ottica, certo, ma anche di una serie di geek che, quasi senza accorgersene, hanno assesto un colpo micidiale alle vecchie compagnie rivoluzionando per sempre l’industria del porno.

Mentre milioni di onanisti proiettano esultanti al cielo le loro mani (in maggioranza) sinistre, l ’industria tradizionale del porno infatti è entrata in una fase di convalescenza di pessima prognosi. Come è accaduto per l’industria musicale e quella cinematografica, la diffusione massiccia di versioni pirata, canali streaming e i numerosi tube che offrono una scelta sempre più vasta e dettagliata, ha travolto la solida industria che da almeno dieci anni occupava la scena cominciando rapidamente a eroderne le fondamenta. Gli attori che un tempo erano promettenti star, oggi spesso fanno la fila alle grandi audizioni sperando di avere una particina in un film; i produttori che macinavano montagne di denaro con filmati da 60 minuti ora chiudono baracca; i dvd non li compra più nessuno e anche le grandi aziende quotate in borsa soffrono: le azioni che cinque anni fa valevano 10 dollari, oggi faticano a stare sopra i 50 centesimi.

Ma dove c’è una rivoluzione in corso che coinvolge milioni di utenti, c’è anche chi ha il fiuto (e l’arroganza) necessaria a farci i soldi. Nel caso del porno su Internet, la persona in questione si chiamaFabian Thylmann, in arte Nathan, ed è da molti riconosciuto come “ il più grande impresario del porno a camminare su questo pianeta”.


Addio a cattedre e aule, l'istruzione viaggia sul web

A Stanford il inizia oggi un corso online sulle Intelligenze Artificiali: 140 mila iscritti da 175 nazioni. Che non dovranno muoversi da casa per seguire le lezioni o fare gli esami. Tutto accade in Rete. Ma c'è anche qualche problema: come impedire che qualcuno faccia i compiti al posto di altri sballando le valutazioni finali? Ma la rivoluzione va avanti. Lo racconta Riccardo Luna su La Repubblica.

NELLA "scuola del futuro" non ci sono banchi rotti, muri sporchi ed edifici fatiscenti. Per la verità non ci sono proprio i banchi, i muri e gli edifici. E nemmeno le cattedre. Ci sono soltanto gli unici due elementi assolutamente indispensabili perché si possa parlare di un corso di studi: i docenti, ma solo quelli bravi davvero. E soprattutto gli studenti, tantissimi studenti.

Mai visti tanti studenti in una sola classe: quelli che stamattina aprono l'attesissimo corso di Introduzione all'Intelligenza Artificiale dell'università di Stanford, sono più di 140 mila e vengono da tutte le parti del mondo. Anzi, non vengono affatto perché ciascuno di loro, da oggi fino al 12 dicembre quando si terrà l'esame finale, per seguire le lezioni se ne starà a casa propria, o magari in un parco con un laptop sulle ginocchia, oppure starà facendo altro e si collegherà in rete quando gli sarà più comodo rivedere il professore su YouTube.

Ecco, la rete Internet sì, quella deve esserci nella scuola del futuro: e a banda larga se possibile, sennò i video vanno a singhiozzo e il sapere va a farsi benedire.

Benvenuti alla "University of Everywhere", l'università di ogni posto: oggi parte l'esperimento forse più avanzato che ha mai vissuto l'istruzione dai tempi di Socrate. L'obiettivo è insegnare a distanza, simultaneamente e gratis a tutti quelli che lo desiderano. Se funziona, nulla sarà più come prima.

venerdì 7 ottobre 2011

Mr Google & dottor Tremonti

Riccardo Luna ricostruisce, su Il Post, i retroscena di quello che doveva essere il progetto di lancio definitivo della banda larga in Italia. Ma è andata come è andata, mi sa non proprio bene!!

Se nel dibattito sulla manovra economica il miraggio evocato da tutti è la crescita, il grande assente è Internet. Se ne è avuta la sensazione palpabile e drammatica qualche settimana fa al workshop Ambrosetti di Cernobbio. Quando il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha preso la parola, ad ascoltarlo fra gli altri c’erano alcuni dei massimi rappresentanti dell’industria che ruota attorno alla rete: Paolo Bertoluzzo, amministratore delegato di Vodafone, David Bevilacqua che guida Cisco, e Pietro Scott Jovane, numero uno di Microsoft. A parte la giovane età, sono tutti under 50, i tre hanno in comune la preoccupazione per un settore che in Italia sembra congelato mentre nel resto del mondo vola.

In quel contesto a un certo punto Tremonti in sostanza ha detto: “Ci manca un driver per lo sviluppo, come lo è stato l’automobile nel dopoguerra. Non vedo in giro modelli che funzionano”. Chi avesse rivolto lo sguardo in sala in quel preciso istante avrebbe visto sul volto di almeno tre persone qualcosa di più della delusione: la sensazione che tutti gli sforzi dei mesi scorsi per far capire al ministro l’importanza di Internet quale impareggiabile “driver per lo sviluppo”, sono stati vani. Inutili le garbate pressioni del presidente dell’American Chamber of Commerce Vittorio Terzi; inutili i messaggi amichevoli del banchiere Ettore Gotti Tedeschi. Ma soprattutto inutile l’incontro a Roma con l’executive chairman di Google, Eric Schmidt, volato qui in gran segreto da Mountain View con la speranza di convertire definitivamente il ministro alla rivoluzione digitale. Era il giugno scorso e quell’incontro secondo molti poteva cambiare tutto: a cominciare dal contenuto della manovra economica varata a fine giugno appunto.

giovedì 6 ottobre 2011

Nasce Eppela, il primo crowdfunding d’Italia

Vogliono diventare il primo sito di crowdfunding al mondo per finanziare progetti culturali e di informazione libera. Di certo per ora sono i primi in Italia. Il motto: "Perché l’innovazione si fa unendo le forze”. Da Il Fatto quotidiano.




Nicola Lencioni, proprietario di un’agenzia di comunicazione a Lucca e la copywriter Chiara Spinelli hanno lanciato a maggio Eppela, il sito nato per sostenere idee e creatività. Come? Col diretto contributo degli utenti. L’iter è semplice e trasparente. Basta registrarsi e inviare una sintesi del progetto. La proposta deve includere il periodo in cui si vuole rimanere online e l’ammontare del finanziamento, oltre a una serie di premi per chi ha deciso di sostenere economicamente il progetto. I contributi verranno prelevati dal conto Paypal, l’unico con cui è possibile donare, solo se il budget sarà raggiunto entro la scadenza e, in questo caso, il sito tratterrà per sé il 5%. Se invece la soglia fissata viene raggiunta prima, la raccolta prosegue regolarmente fino alla scadenza.

“Le prime cavie di questo sistema siamo stati noi”, racconta Spinelli. “Abbiamo chiesto online agli utenti di finanziare il nostro sito di crowdfunding. Ci servivano 12mila euro per fare partire la start up e ci siamo dati un mese di tempo. Ce l’abbiamo fatta”. Raggiunta la quota necessaria, in quattro mesi hanno messo online 25 progetti di cui al momento solo due hanno raggiunto l’obiettivo. Si tratta di un cortometraggio girato da due studentesse del Centro sperimentale di Milano e di una linea di abbigliamento di una ragazza vegana. “Appena vedono il progetto online in molti credono di avere tagliato il traguardo. Allora si siedono e aspettano che la manna cada dal cielo, ma così non funziona”, osserva Chiara. “Il gioco infatti è quello di spargere la voce ai propri contatti su facebook, twitter, i social e la Rete in generale”. Solo così si può creare “una community che si affeziona al progetto e che è disposta a finanziarlo”.

mercoledì 5 ottobre 2011

Sono i social network le nuove piazze d'affari

Le aziende nel mondo puntano sempre di più su Facebook, You Tube, Twitter per fare business. Grazie ai social network le compagnie incontrano più facilmente e direttamente i propri clienti e possono farsi, ricevere critiche utili a migliorare il prodotto, capire i gusti dei potenziali acquirenti e attuare campagne mirate. Da le Guide di Affari e Finanza.



Facebook, You Tube, Twitter. Sempre più aziende nel mondo credono nell’utilità di queste grandi piazze virtuali per fare affari. Attraverso i social network le imprese possono incontrare il cliente e farsi pubblicità, ricevere critiche utili a migliorare il prodotto, capire i gusti dei potenziali acquirenti e attuare campagne mirate. 

E’ possibile persino chiudere compravendite online su siti di social e-commerce come Groupon. Il fenomeno sta crescendo così tanto che la società di ricerca Gartner è convinta che entro il 2014 il 20 percento delle comunicazioni professionali avverrà tramite i social media anziché attraverso gli strumenti convenzionali. E che entro il 2015, quattro aziende su cinque subiranno perdite di redditività se non saranno in grado di supportare un servizio al cliente Webbased su dispositivi mobili come smartphone o tablet. Eppure in Italia manager e imprenditori non sembrano del tutto convinti delle potenzialità del social networking, secondo uno studio della Sda Bocconi, presentato mercoledì scorso a Milano durante Social Media Week 2011.

martedì 4 ottobre 2011

Google, la versione di Larry e le nuove strategie

«Che fare di Google ora che Google è più grande della General Electrics?». La frase è di Larry Page, il numero uno di Google, durante uno dei suoi rari interventi pubblici la scorsa settimana durante la ZeitGeist Conference, la mega convention annuale del gigante dei motori di ricerca. Da Affari e Finanza.


«Le tecnologie fanno risparmiare tempo. Gli utenti hanno molto tempo libero in più, che potranno così utilizzare per guardare più pubblicità». No, non è Silvio Berlusconi a parlare. E nemmeno un creativo pubblicitario. Neanche un top manager di qualche grande centro media, quelli che gestiscono portafogli miliardari di investimenti pubblicitari delle grandi multinazionali del consumo. La frase è di Larry Page, il numero uno di Google, durante uno dei suoi rari interventi pubblici la scorsa settimana durante la ZeitGeist Conference, la mega convention annuale del gigante dei motori di ricerca. Certo, l’ha detta come una battuta; l’ha detta davanti al tipico pubblico di partner di Google, ossia sviluppatori e investitori pubblicitari. Ma non l’ha detta solo per compiacere la platea. Molti altri passaggi del discorso e delle risposte alle domande rivelano che questo è proprio uno dei punti chiave delle sue strategie.
Ma cosa vuol fare questo informatico timido, lontanissimo dal carisma di un Jobs (almeno per ora) ma concretissimo nei suoi obiettivi? Il punto di partenza, lo ha detto da subito, è: «Che fare di Google ora che Google è più grande della General Electrics?».
Se Jobs è un visionario sui prodotti, Page sta dimostrando di esserlo quanto agli obiettivi e all’organizzazione della «sua» creatura. Page è subentrato a sorpresa a Eric Schmidt nel ruolo di ceo lo scorso gennaio. Ma la sorpresa è stata solo fuori da Google. La cosa deve aver avuto una gestazione di almeno un anno. Perché è da allora che Google ha iniziato a cambiare strategia. Basta guardare all’andamento delle sue acquisizioni. Nel 2008, prima della crisi dei mercati, erano una quindicina l’anno. Poi si sono fermate per due anni. Nel 2010 sono state 26, quest’anno, ad oggi sono già 21. Cosa vuol dire? Che Google sta cercando fuori soluzioni pronte invece di aspettare gli sviluppi di quello che cuoce nelle pentole dei suoi Labs.

domenica 2 ottobre 2011

Capitalismo della Rete e duopolio globale

La Rete è sempre più protagonista nel mondo del capitalismo finanziario, dove ha reso e rende possibili ogni sorta di manipolazioni, ma anche direttamente e pesantemente nella politica. Gli effetti non si possono ancora prevedere, ma i rischi possono essere elevati. Da Il Sole 24 Ore.


La Rete è definitivamente "scesa in campo" non solo nel mondo a lei congeniale del capitalismo finanziario, dove ha reso e rende possibili ogni sorta di manipolazioni, bensì anche direttamente e pesantemente nella politica.
Con quali devastanti effetti è difficile prevedere, ma i pericoli per le democrazie sono assolutamente evidenti.
Che finora il cyberspazio e le reti elettroniche si siano sviluppati, operando in territori virtuali privi di confine, è risaputo, come altrettanto noto è il peso che nella politica mondiale hanno già avuto. Mi basterà qui ricordare i rapporti fra Google e il Governo cinese, che fece oscurare sulla Rete i blog degli oppositori al regime, piuttosto che gli accordi del 2007 fra Usa e Unione europea, per poter utilizzare il centro dei dati finanziari di trasferimenti di denaro raccolti in Europa dal programma Swift per finalità antiterrorismo, oppure i più recenti scandali del gruppo Murdoch in Gran Bretagna. Così come è provato che le rivolte nei Paesi arabi e altre sommosse sono state largamente facilitate dall'uso della Rete.

La blogosfera italiana vista da vicino

A Riva del Garda si è svolta la BlogFest 2011. Tanti gli incontri, i personaggi, i premi. Non sono mancate le proposte e la provocazioni: «Il diritto di scaricare film piratati, mancano servizi legali in Italia». Dal Corriere della Sera.



La blogsfera italiana è tornata a darsi appuntamento per una tre giorni di workshop, dibatti, seminari e premiazioni a Riva del Garda. Arrivata alla terza edizione, la BlogFest 2011 (http://www.blogfest.it/) organizzata da Macchianera ha fatto arrivare da tutta Italia gli appassionati della comunicazione in rete. Al centro dell’evento, la dimensione “social” del web, nelle sue versioni più o meno estese: dai diari virtuali dei blogger alla presentazione stringata di contenuti ed esperienze su Tumblr, dalla condivisione di foto, video e “status” su Facebook ai 140 caratteri dei “cinguettii” su Twitter.

sabato 1 ottobre 2011

Arriva ifttt, unione tra vita reale e virtuale

Da San Francisco arriva un nuovo servizio, ideato da giovani sviluppatori, che consente di utilizzare in maniera creativa il web secondo la logica “se questo, allora quello”. Un modo per sfruttare al meglio il potenziale degli strumenti digitali al servizio del mondo vero, al di fuori della vita online. Da La Repubblica.


"Se è prevista pioggia, telefonami e ricordami di portare l'ombrello". Oppure: "Se Marta diventa single, ti prego, mandami una email". O ancora: "Se la borsa di Tokio chiude in ribasso, inizia a martellarmi di sms". Potrebbero sembrare conversazioni tra un figlio e una mamma, tra un cuore infranto e un buon confidente, tra un capo e un collaboratore, invece sono tutti dialoghi tra un essere umano e internet. 

A renderli possibili - anche per l'utente comune, e non solo per chi mastica un po' di linguaggio di programmazione - è un nuovo servizio che è stato da poco lanciato al grande pubblico. Si chiama ifttt 1 – abbreviazione di "if this, then that" ("se questo, allora quello") - è nato a San Francisco e ha lo scopo di "far lavorare internet al servizio degli utenti".


giovedì 29 settembre 2011

Google, auguri di buon compleanno!

13 anni fa, due dottorandi universitari, Sergey Brin e Larry Page, diedero vita al motore di ricerca più importante del mondo, il cui nome deriva da un termine matematico, googol. Wired ne ripercorre l'entusiasmante storia.




Cominciò a studiare quel groviglio di circa 10 milioni di documenti, e cominciò anche a pensare che sarebbe stato piuttosto utile sapere quali pagine si linkavano tra loro, e cosa linkava cosa. 

La prima cosa che uscì da tutto questo linkare fu l’embrione di un progetto chiamato BackRub. Intanto Sergey gironzolava per il campus in cerca di qualcosa che lo entusiasmasse. I loro due cervelli, messi insieme, furono in grado di partorire un sistema di ranking che faceva emergere le pagine più linkate (quindi, in teoria, le più importanti). Per esempio: Ibm è sia il nome del colosso informatico sia il soprannome di un mocciosetto dell’Illinois: ma chi digita Ibm non cerca la pagina di un ragazzino, nel 99,99% dei casi. Per far emergere il sito dell’Ibm, Larry e Sergey e altri del loro gruppo - tra cui l’italianoMassimo Marchiori - scrissero un algoritmo brillante che ha segnato la storia del Web: PageRank (modificato di recente). 

Il sistema non era stato pensato per essere un motore di ricerca. Ma di fatto lo era. E funzionava meglio di quelli che andavano allora, come AltaVista ed Exite. Il nome di BackRub fu cambiato in Google - dagoogol, che in matematica rappresenta un 1 seguito da cento zero, a significare la possibilità di cercare tra un numero grandissimo di pagine nel Web. Nell’agosto del 1996, Google fu lanciato per la prima volta sul sito dell’università di Standford



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mercoledì 28 settembre 2011

IT e competitività: l’Italia migliora ma è lontana dalla vetta.


Da 24esimo a al 23esimo posto nella classifica mondiale della competitività nell’IT stilata da BSA. Ma è urgente programmare investimenti di lungo raggio per porre le basi dell’innovazione tecnologica e restare al passo delle economie emergenti. Articolo tratto da Key4biz del 27 settembre 2011.




L’Italia fa ancora fatica a tenere il passo degli Stati Uniti e dei Paesi del nord Europa in termini di competitività dell’Information Technology, anche se guadagna una posizione rispetto al 2009, passando dal 24esimo al 23esimo posto della classifica stilata da dall’Economist Intelligence Unit (EIU) e diffusa oggi in tutto il mondo daBusiness Software Alliance (BSA).

Due i punticini guadagnati dal nostro paese, che chiude con un punteggio di 50,7 su 100 (rispetto al 48,5 del 2009) lontana da un vertice ancora saldamente dominato da Stati Uniti (80,5 punti), seguiti da Finlandia (72), Singapore (69,8), Svezia (69,4) e Regno Unito (68,1).


Diversi i segmenti in cui bisogna migliorare rispetto agli indicatori delle ‘aree critiche’ inclusi nell’IT Industry Competitiveness Index: la ricerca innanzitutto, ma anche infrastrutture e capitale umano.
Anche se nel segmento della ricerca abbiamo guadagnato 9 punti rispetto al 2009, il punteggio è di appena 25,4 su 100, mentre riceviamo un 50 su 100 sulle infrastrutture IT (-2,5 punti rispetto al 2009), un 47 sul capitale umano (-1,4 punti) e 63,2 (-1 punto) in relazione ai supporti pubblici allo sviluppo industriale. In miglioramento soltanto gli indici relativi all’ambiente economico (con un punteggio di 74,7, +2 rispetto al 2009) e al sistema giudiziario, dove otteniamo un  punteggio pari a 80, in miglioramento di  7 rispetto al 2009.


Un deficit ‘di sistema’, quindi, che ci pone ben distanti dai primi posti in un settore che, invece, può fare molto per la crescita e l’occupazione. E anche un problema che accomuna un po’ tutta l’Europa: il Vecchio Continente, sottolinea il rapporto, “risulta ancora attraente in termini di infrastrutture IT e ambiente legale, ma sta perdendo terreno rispetto ad altre regioni per quanto riguarda il capitale umano. Le rigide regole del mercato del lavoro e un ambiente nel complesso sfavorevole agli investimenti nelle reti di prossima generazione potrebbero ostacolare lo sviluppo del settore in futuro”.


Come conferma anche lo studio, infatti, i paesi che hanno una forte propensione all’utilizzo e alla massimizzazione dei vantaggi dell’Information Technology mantengono la loro posizione in cima alla classifica (Stati Uniti e Svezia in particolare) perché hanno costruito nel corso degli anni “solide basi per l’innovazione tecnologica e ora continuano a raccoglierne i frutti”.


Matteo Mille, Presidente di BSA Italia, ha sottolineato che l’IT Industry Competitiveness Index dimostra “al di là di ogni dubbio che investire sulle fondamenta dell’innovazione tecnologica nel lungo termine paga e molto bene”.
Essenziale, in questo senso, che il settore pubblico sostenga lo sviluppo industriale con una visione a lungo raggio, prendendo in considerazione un arco di sette-nove anni: “I decisori politici ed aziendali– afferma ancora Mille - non possono permettersi di guardare a questo problema su basi annuali, o rischieranno l’arretramento complessivo delle nazioni che rappresentano”.


Le economie in via di sviluppo, del resto, lo stanno già facendo, concentrando i loro sforzi sul raggiungimento degli standard fissati sinora dai leader storici. La Malesia, ad esempio, ha conquistato 11 posizioni proprio grazie a massicci investimenti nelle attività di ricerca e sviluppo, e l’India ha guadagnato 10 posizioni ancora grazie a una robusta R&D e ad un ambiente dinamico per il capitale umano.
Molti altri paesi - e fra questi Singapore (che ha guadagnato 6 posizioni piazzandosi al terzo posto mondiale), Messico (+4 posizioni), Austria (+5), Germania (+5) e Polonia (+5) - hanno registrato significativi miglioramenti in tutte e quattro le aree fondamentali contemporaneamente.